Ristrutturare i centri per l’impiego è una priorità

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centri per l’impiego nel nostro Paese sono un clamoroso flop: in attesa che si mettano all’opera i navigator destinati a migliorare il futuro professionale di coloro che percepiscono il reddito di cittadinanza, la situazione dell’occupazione in Italia non è certo delle più rosee. I dati relativi al 2018 testimoniano che tra coloro che lo scorso anno hanno trovato un impiego nel settore privato, appena 1 persona su 50 è passata attraverso i centri per l’impiego. Cifre che dimostrano un fallimento inequivocabile: solo 23mila persone hanno tratto beneficio dal ricorso a tali centri.

I centri per l’impiego servono davvero?

Viene spontaneo chiedersi, a questo punto, se i centri per l’impiego siano realmente utili per l’intermediazione tra la domanda di lavoro e l’offerta. Stando a ciò che si può leggere sulla relazione annuale della Banca d’Italia, la risposta a questo interrogativo è negativa. Tra chi è disoccupato da meno di un anno, appena il 26 per cento ha deciso di rivolgersi a un centro pubblico nel mese precedente rispetto all’intervista.

I danni del reddito di cittadinanza

Il reddito di cittadinanza, per gli analisti di Bankitalia, è destinato a produrre danni non indifferenti, soprattutto per la sua entità: un single in affitto può arrivare a ottenere 780 euro al mese, un introito che di certo non lo motiva a mettersi in cerca di un lavoro, magari retribuito poche decine di euro in più. Insomma, il reddito non farà altro che disincentivare i rapporti di lavoro poco remunerativi, a maggior ragione se precari: e ciò avverrà specialmente nel Mezzogiorno e tra i giovani, cioè nei segmenti che già al momento presentano modeste prospettive occupazionali. Da non sottovalutare, poi, il rischio che venga favorito il lavoro in nero: non ci sono garanzie che le sanzioni previste dalla legge potranno essere applicate in modo agevole.

Che cosa fanno i disoccupati nei centri per l’impiego

Un disoccupato che entra in un centro per l’impiego lo fa, nel 36 per cento dei casi, per controllare se vi siano delle offerte di lavoro a disposizione; in meno di 1 caso su 10, invece, ci si preoccupa dell’offerta formativa o si richiede una consulenza. Anche questa è una delle ragioni per le quali i centri denotano un’efficacia ai minimi termini. Con l’introduzione del reddito di cittadinanza non è detto che le cose cambino, anzi: per la Banca d’Italia, i centri avranno a che fare con una platea di utenti molto più numerosa, e la loro operatività risulterà compromessa. Anche perché la maggior parte delle persone sarà contraddistinta da un profilo di bassa occupabilità.

Le difficoltà per le imprese

In un contesto simile a trovarsi in crisi sono anche le imprese, che incontrano notevoli difficoltà nel reperire profili interessanti: le figure professionali più ricercate sono quelle manageriali e quelle tecniche, che ovviamente sono molto rare tra coloro che ricevono il reddito di cittadinanza. Sembra quasi un contentino, allora, l’incentivo alle aziende che viene fornito attraverso lo sgravio contributivo compreso tra le 5 e le 18 mensilità della somma del reddito. Per di più, per usufruire di tale agevolazione è indispensabile rispettare requisiti molto severi, prevedendo l’assunzione full time a tempo indeterminato.

Il reddito di inclusione e il reddito di cittadinanza

Nel 2018, il reddito di cittadinanza era stato previsto dal reddito di inclusione, garantito dal governo Gentiloni con l’obiettivo di combattere la povertà: a usufruirne sono state 1 milione e 300mila persone, per un totale di oltre 460mila nuclei familiari. L’importo medio, tuttavia, era più basso rispetto a quello del reddito di cittadinanza: poco meno di 300 euro al mese. Nel caso del reddito di cittadinanza, infatti, si parla di 520 euro di media, almeno in base a quanto si può dedurre dalle prime rilevazioni svolte dall’Inps.

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